Fare outing – intervista a Vittorio

Il lettore che ricerca qualche pettegolezzo sulla vita sessuale di un compaesano resterà deluso, in egual misura, colui che si prepara all’ennesima esortazione alla tolleranza verso gli omosessuali; chi fra di voi intende riflettere se stesso nell’esperienza dell’altro è invitato alla lettura: potrebbe trovare spunti rilevanti per un autoriflessione.

Fatta questa doverosa premessa, in virtù della delicatezza che impone l’argomento, vi introduco Vittorio: uno dei miei migliori amici. Qualcuno fra voi lo conoscerà come Il Pocho: nomignolo affidatogli in adolescenza dai ragazzi più grandi che vedevano in lui una certa somiglianza con l’ex attaccante del Napoli E. Lavezzi. Ha ventisei anni, vive a Graffignana, è un infermiere, un blogger e – concessa la difficoltà di definizione- un influencer. Qualche tempo fa, Vittorio ha fatto outing, cioè ha reso pubblica la sua omosessualità. Essendo trascorso un lasso temporale significativo dall’evento, mi sembra il momento opportuno per ricevere una qualche impressione a freddo sull’atto e le conseguenze.


Come si è sviluppata la tua volontà di fare outing?

La volontà di fare outing è stata come una spinta interiore forte, di onestà soprattutto nei confronti dei miei genitori, fratelli e amici più intimi. Era come se non fossi mai del tutto vero. Mi ero imposto di essere trasparente e non torbido con me e gli altri, creando una falsa immagine di me, che mi stava allontanando dalla verità

Come hai fatto outing?

Il mio coming out ufficiale lo feci in un primo momento con i miei amici più stretti, a Firenze, durante il capodanno 2016. Avevo bevuto qualche bicchiere di troppo che mi aveva aiutato. Al momento del brindisi non si sa mai a cosa brindare, ma quella fredda sera in un locale fiorentino, ho trovato il “mio” brindisi. “Sono gay” dissi, forse con un tono di voce alto, sofferente e fiero allo stesso tempo; si girò mezzo locale, ma in quel momento la tensione che mi caratterizzava da una vita aveva iniziato a sciogliersi. Avevo aperto il vaso di Pandora. Gli amici e i miei due fratelli mi guardarono con uno sguardo tra “lo sapevamo” e “ora ti tocca dirlo a Gio e Priscy”. Sì, erano loro lo scoglio maggiore da superare, le persone che non avrei mai voluto far soffrire, deludere in qualche modo, distruggere l’idea che avevano della famiglia Mulino Bianco. Una sera di gennaio scesi giù per cena, cenammo come tutte le altre sere, tutti e cinque insieme, nel frattempo bevvi due calici di vino rosso e feci un segno col capo ai miei due fratelloni, come a dire “Sto lanciando la bomba, scappate”. L’ultimo goccio e parto con un discorso molto profondo, che parla di affetto, di non riuscire a stare vicino per un lungo periodo ad una persona. Loro non colgono il primo messaggio implicito. Mi tocca andare giù diretto. “Sono gay”. Punto. Il silenzio di 8 secondi è stato il mio piccolo inferno. Mi guardano e già il loro sguardo mi emoziona, troppa umanità nei loro occhi, quel bene incondizionato che solo un padre ed una madre possono avere negli occhi guardando un figlio. Io che mi ero corazzato, per difesa, per paura di essere allontanato, non ero pronto ad una reazione tanto umana. Mi dicono che la mia felicità sarà anche la loro, a prescindere da chi avrò vicino. Lì non si è capito più niente. Tovaglioli zuppi, calici riempiti e la mia leggerezza di spirito.

Dopodiché, agli altri miei amici lo dissi in vari momenti, ma lì la questione era diventata quasi comica, ad esempio la mia amica Greta pensava fosse una moda, come ero diventato influencer, vegetariano ed altre mie correnti filosofiche; la mia ex si mise a piangere e nel frattempo rideva (TSO?); al resto di conoscenze e amicizie lo dissi quando portai il mio fidanzato (ora ex) qui a Graffignana. Infine il resto del mondo lo scoprì perché fui uno dei 10 finalisti di Mr Gay Italia 2017 e fu pubblicato un video su tutti i social. Così, ora anche qualche mio compagno delle elementari che sta a 2000 km di distanza lo sa.

Quali reazioni nelle persone a te più vicine?

Come era prevedibile, il rapporto si è rafforzato molto con gli amici più stretti, la trasparenza aiuta i rapporti, posso parlare liberamente. Ora non mi tocca dire Giulia al posto di Kevin e così via. Qualche mio amico lo porto anche a qualche serata gay a Milano e si divertono pure. Riesco a parlare con leggerezza anche di tematiche un po’ più imbarazzanti.

Ti sei mai sentito discriminato a Graffignana?

Credo che le malelingue ci siano, mi preoccuperei se non ci fossero. Molte persone hanno paura di quello che è diverso da loro, qualcuno saluta in modo freddo, ma magari qualcuno mi affrontasse dal vivo. Niente.

Quali parole per chi oggi si trova ad affrontare la tua stessa situazione o una analoga?

Smettiamola di essere chi non siamo, crea disarmonie con il nostro Io interiore. Le persone che ti vogliono bene, te ne vorranno di più, perché sanno che sei stato sincero, ti sei esposto per quello che sei, togli la maschera. Sei nato così.

Quali conseguenze ti ha portato questa scelta?

In realtà nessuna grande conseguenza: a lavoro non ho avuto alcun tipo di problema, in palestra sono diventato un piccolo guru aristotelico tra la carica di testosterone e la sensibilità che mi caratterizza. Faccio qualche psicoanalisi a qualche amico/a. Bé, ovviamente le ragazze che per moda vogliono un amico gay vengono punite severamente! Scherzi a parte, la conseguenza più profonda credo sia stata l’avvio di un meccanismo interiore che si è smosso dentro e che giorno dopo giorno mi sta avvicinando alla versione migliore di me, con forte introspezione e coraggio.


Nell’incipit, ho scritto che l’esperienza di Vittorio, più in generale dell’outing, può risultare utile a tutti noi. Infatti, molti vivono la contraddizione sviluppatasi nel nostro contesto sociale che, per una parte, eleva a sommo ideale la libertà d’autodeterminazione dell’individuo, mentre d’altro canto affligge colui che si differenzia per un certo tono.

Verga raccontava le vicende di paeselli sparsi nel contado siculo, ma l’ideale dell’ostrica si dissolve nello spazio-tempo: il mollusco che si stacca dallo scoglio per fluttuare in mare è tosto divorato dal contorno.

Di fatto, le persone che si identificano con il successo sono scorte con quella lente che le perfeziona, cosa che l’individuo nella massa sembra non potersi concedere. C’è speranza che si prenda a riconoscere anche nell’uomo medio una totalità? Che si scorga anche per questo un vizio di forma e non di virtù? In tutte quelle occasioni in cui si prova afflizione per una nostra debolezza, poiché non siamo all’altezza, non siamo come ci aspettiamo vogliano le altre persone: adattiamo una maschera in volto, rinunciando ad essere persone di successo.

In questo senso, forse, tutti noi per un modo o l’altro avremmo necessità di fare outing, cioè di esprimere quella verità che è in petto pur essendo difforme dal contesto. Nei brevi imbarazzi quotidiani, promossi da quelle questioni che richiederebbero l’espressione di una propria idea, sebbene questa sia in opposizione alla visione che si percepisce comune, qualche volta ho in mente il coraggio de Il Pocho: giovane ostrica che ha deluso il mio pessimismo.

Vittorio ha scelto di condividere con noi una lettera, la scrisse con l’intenzione di consegnarla ai suoi genitori. Poi, come si evince dall’intervista, la modalità di outing fu diversa. Non si parla di omosessualità, tuttavia, lo scritto in allegato è un nucleo d’estroversione.

Un pensiero riguardo “Fare outing – intervista a Vittorio

  • 23 Gennaio 2019 in 10:11
    Permalink

    Un bellissimo articolo e una bellissima intervista. Grazie per averla condivisa! È sempre più difficile non far parte del gregge e per chi è diverso, in tutti i sensi, è più facile stare chiuso in gabbia. Non si parla solo di sessualità, ma anche di idee e di punti di vista. Sono d’accordo nel leggere che tutti noi dovremmo fare outing. Tutti i giorni!

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