Graffignana. Una storia attraverso i simboli

LO STEMMA

Tra il ventaglio di araldi che costellano il nostro territorio non può che saltare all’occhio l’essenzialità dello stemma di Graffignana: adottato ufficialmente nel 1927 è scaccato in rosso e argento, recante sulla fascia d’argento le sillabe “GRA-CAR”, Gratiarum Cartusia, ovvero Certosa delle Grazie. Un simbolo che conserva la storia della creazione di un paese: lo scaccato rappresenta infatti l’unione delle due famiglie, Sforza e Bolognini, con i certosini di Pavia che ne gettarono le basi.

Era il 16 ottobre 1396 quando Gian Galeazzo Visconti donò il ricetto del castello di San Colombano con una serie di feudi e latifondi alla Certosa delle Grazie di Pavia, della quale pose lui stesso la prima pietra il 27 agosto 1396. Il progetto del monastero certosino era già iniziato nel 1380, secondo una fonte romanzata, a seguito del voto della seconda moglie del Visconti, Caterina, fatto alla Madonna durante una delle sue più difficili gravidanze, ufficialmente era volontà del signore di Milano quella di creare un mausoleo destinato alla famiglia. Il patto stabiliva che i monaci avessero dovuto intervenire loro stessi, a livello economico, durante i lavori della certosa e bonificare i terreni donati. Tra questi vi era anche Graffignana, già parte della riserva di caccia dei Visconti. Il diletto della caccia era uno degli elementi fondamentali della mentalità aristocratica, essa non permetteva solo un addestramento fisico all’arte bellica e militare, ma divenne anche momento di organizzazione e speculazione politica, sociale e culturale. L’importanza della caccia raggiunse il valore di “gioco” regale con i primi signori di Milano, tanto che ne rispecchiava i codici cavallereschi tipici dell’epoca. Simbolo di potere, lusso e nobiltà, divenne un onore e privilegio essere invitato ad una battuta di caccia nelle riserve ducali di Gian Galeazzo Visconti, sottoposte a pesanti imposte e multe per tutti colori che vi si trovavano a cacciarvi senza permesso. Erano inoltre subordinati da una serie di funzionari, i mastri della caccia, ognuno dei quali aveva competenze su uno specifico capo destinato ai divertimenti signorili.
L’aspetto culturale della caccia era ulteriormente arricchito dalle figure della famiglia Visconti e dagli usi che introdussero tra i cittadini facenti parte delle loro riserve. Bernabò Visconti, conosciuto per la sua grande quantità di cani, era solito lasciare i suoi animali alla gente del posto, per essere accuditi nel modo migliore possibile. Il poter mantenere un cane “reale” era un privilegio per una piccola comunità contadina e di conseguenza un’entrata economica sicura, ma allo stesso tempo una grande responsabilità. Con Gian Galeazzo Visconti abbiamo invece l’introduzione del costume della caccia esotica, praticata con i leopardi allevati nel castello Visconteo di Pavia, città cara al signore milanese.

Gian Galeazzo dona alla Madonna la Certosa

I territori della riserva viscontea rimasero tali fino alla caduta del ducato (1447). Filippo Maria Visconti morì senza lasciare eredi legittimi, dando occasione al popolo di restaurare i poteri comunali, persi nel 1227 con la sconfitta dei della Torre da parte di Ottone Visconti, nella battaglia di Desio. La nuova realtà politica si concretizzò nell’Aurea Repubblica Ambrosiana, destinata a perire sotto l’esercito di Francesco Sforza nel 1450, mercenario dei Visconti, che diede così inizio alla signoria sforzesca. Dei repentini cambiamenti politici subirono l’influenza anche i piccoli territori circostanti, ed è qui che subentra un nuovo personaggio fondamentale per la storia di Graffignana. Matteo Michele, detto il Bolognino, era il castellano di S. Colombano sotto la volontà della repubblica Veneta, la quale aveva stretto alleanza con la nuova repubblica Ambrosiana. Con la sconfitta dei veneziani la politica del nord d’Italia cambiò ulteriormente sotto lo Sforza che ottenne diritto su Milano grazie al matrimonio con Bianca Maria Visconti, figlia illegittima di Filippo Maria e Agnese del Maino. La donna riuscì a convincere il castellano a restituire i territori alla novella signoria fino a che, nel 1452, divennero i feudi donati a Michele Matteo Bolognini assieme al titolo di conte, rappresentando il suggellamento di un’alleanza tra le due famiglie. Tra questi vi era anche il territorio di Graffignana, che per l’occasione venne insignito di un suo stemma. Da questo momento la famiglia Bolognini sarà fondamentale per quanto riguarda la storia del paese, nonché l’aspetto economico e politico. Bisogna prendere in considerazione un elemento fondamentale per avere una chiara visione dell’importanza dei territori della bassa lodigiana: il fiume Lambro, fondamentale via fluviale, che permetteva di collegare l’Adriatico con Milano, per i commerci con l’Oriente e soprattutto fonte economica principale. Era posto nei pressi del nostro paese un ponte che collegava le due sponde del fiume, nonché un piccolo porto, che permettevano un’entrata economica e controllo politico a tutti colori che ne entravano in possesso.  Da qui l’importanza di Graffignana, tanto che il villaggio era raffigurato, su alcune cartine del tempo, semplicemente come un ponte. Gli stessi castelli che ancora oggi possiamo vedere, in particolare quello di Sant’Angelo Lodigiano e San Colombano (quello di Graffignana oggi visibile solo in parte) avevano nei primordi una funzione di fortezza e controllo delle rive del fiume, per poi diventare dimore dei signori in epoche successive rimanendo, comunque, dei punti strategici per il controllo e il riscatto dei pedaggi, punti fondamentali che lo Sforza non si lasciò scappare. Anche il castello di Graffignana, eretto nel XII secolo, aveva la stessa funzione degli altri, in posizione strategica per controllare al meglio le sponde del fiume e centro produttivo principale del piccolo villaggio che si sosteneva con l’agricoltura.
Il polo religioso era invece concretizzato nell’edificio dell’oratorio di San Salvatore con annessa chiesa (ora non più esistente), della quale ne abbiamo coscienza grazie ad un unico documento, un diploma del X secolo, che ne cita la presenza come bene e aveva scopo di rifugio per i pellegrini, e nella chiesa di San Pietro citata in un documento del 1261 per il pagamento di 16 denari di taglia. Graffignana, assieme ai territori limitrofi, faceva parte di una grande scenografia dove venivano messe in scena lotte di potere, intrighi economici e politici, battaglie e guerre distruttive. I territori presso il Lambro erano spesso macchiati di sangue a causa di guerre esterne e lotte intestine, in particolare le dispute tra Lodi e Milano, spesso in conflitto per le potenzialità strategiche che offrivano. Non sorprende infatti la dichiarazione della famiglia Landriani, nel 1299, di aver per diritto un potere signorile sui territori. La questione verrà poi risolta da Matteo Visconti che ne diventerà effettivo proprietario, ma questo è solo un esempio delle varie pretese di dominio della zona, tra accordi legali, patti segreti o totalmente inventati.                                                                        

IL TOPONIMO E LE RADICI ROMANE

Il medioevo risulta essere il periodo performante per Graffignana, portandola a quella che oggi possiamo vedere con i nostri occhi, ma il nostro territorio era già abitato e vissuto in epoche ben più antiche. Un passato che è da riscoprire alla ridice, ed è proprio dalla terra che provengono le fonti più antiche della storia del nostro paese. La derivazione del nome stesso è perso tra le pieghe del tempo, si ritiene abbia un’origine longobarda, se non romana. Nell’XI secolo abbiamo la prima fonte che lo menziona: Gaifaniana, come si evince da un documento del 1034, per la precisione un testamento, scritto per volontà di Ariberto da Intimiano, Arcivescovo di Milano, dove compare un elenco dei beni posseduti tra il Lambro e l’Adda. Approfondendo di più risulta interessante notare la somiglianza con il quasi omonimo paesino del Lazio (con cui Graffignana è gemellata): Graffignano, nome giunto fino a noi come probabile storpiatura o evoluzione del nome Carfinianum (Carfinius), il dominus romano proprietario di quei territori, il che fa supporre un origine quantomeno simile. Su questo fatto, più che rilevanti furono i ritrovamenti tra la fine dell’800 e per tutto il ‘900 di tombe romane ad incinerazione ed inumazione. Di particolare importanza furono le scoperte nel 1905 e nel 1966 per la presenza di corredi funebri con influenze orientali, oggi conservati presso la sezione di archeologia del museo di Lodi. Altre scoperte funerarie furono fatte in prossimità del Lambro, già probabile via commerciale all’epoca che spiegherebbe così la presenza di oggetti di gusto straniero. La presenza del fiume è un aspetto fondamentale per quanto riguarda la vita sociale, culturale e simbolica dei nostri territori già in epoche così lontane. Il mondo ultraterreno, con i suoi rituali, era particolarmente legato all’acqua che per sua natura divenne elemento ideale per il trasporto delle anime. È possibile che il territorio di Graffignana fosse dedicato ai morti per le sue caratteristiche ambientali, in più, tra le varie accezioni del nome Lambro, una di esse esalta l’aspetto torbido, paludoso e ricco di correnti, si tratta della fusione di due parole della lingua accadica: Luhmû (pantano) e Ambar (palude), quindi “Fiume che dilaga in palude”. Queste caratteristiche lo rendono una via commerciale fondamentale e allo stesso tempo luogo di insidie e pericoli. Era normale che capitassero incidenti, che i mezzi di trasporto venissero presi di mira da banditi e furfanti, che i carchi venissero persi, che le imbarcazioni affondassero e che gli uomini morissero affogando nei suoi flutti. Già per questo aspetto, nella mentalità antica, divenne luogo dove operavano forze oscure e maligne, demoni e fantasmi, l’acqua diventa un pericolo mortale e quindi inscindibile dal mondo ultraterreno.
Il secondo aspetto da prendere in considerazione era la folta vegetazione. Graffignana era prevalentemente zona boschiva, dove il trionfo della natura era elemento simbolico negativo in contrapposizione con la civilizzata città artificiale, luogo dell’umano. Quindi anche l’elemento ambientale portava con se immagini misteriose e ultraterrene, territorio degli spettri e della perdizione.
A chiudere questo quadro è un terzo elemento fondamentale, una strada principale che colleghi due realtà cittadine. All’epoca era presente una strada che collegava Lodi Vecchio con Pavia (Laus Pompeia e il Ticinum) e passava proprio per Graffignana, rendendola una zona privilegiata dal passaggio di una grande quantità di persone.
A questo punto può sembrare più chiaro il motivo per cui divenne luogo adibito ai morti, come suggeriscono i vari ritrovamenti che si protraggono nel tempo, testimoni delle differenti culture che abitavano quelle zone. Realtà paludosa e boschiva, misteriosa e pericolosa, molto frequentata da gente di passaggio, tutti questi aspetti la resero, assieme ai territori circostanti, una tappa simbolica che permetteva ai vivi di ripercorrere idealmente i sentieri acquitrinosi che i morti compivano per l’aldilà.

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