Graffignana nell’ondata delle riforme asburgiche

Contesto storico

L’organizzazione socio-politica di Graffignana rimase quasi del tutto inalterata dal Medioevo fino al 1700, periodo della “grandiosa epoca dei lumi”, quando il destino dell’Italia del nord sarà strettamente collegato a quello degli Asburgo d’Austria, la potenza europea divenuta tale sotto il governo riformatore dell’arciduchessa regnante Maria Teresa d’Asburgo. Il quadro politico italiano fu totalmente trasformato dalle guerre di successione spagnola (1702-1714) e polacca (1733-1738), quest’ultima segnò una parentesi politica per i territori milanesi che passarono sotto il dominio del re di Sardegna Carlo Emanuele III, rimanendo poi in possesso delle province di Novara e Tortona.
L’equilibrio raggiunto sarà destinato a frantumarsi ulteriormente con la guerra di Successione austriaca nel 1740. Il conflitto europeo si concluse nel 1748 con la pace di Aquisgrana che segnerà la perdita di alcuni territori italiani dal dominio austriaco a favore dei Borbone di Spagna, trovando nel Ticino e nel Po il confine geografico e politico tra Stato sabaudo (Savoia) e Lombardia austriaca (Asburgo).

Graffignana riformata

Nella metà del ‘700 il territorio di Graffignana si trovò quindi a far parte della Lombardia austriaca e, come tale, destinato a subire i moti rivoluzionari della sovrana Maria Teresa, non ché del figlio Giuseppe. I territori del ducato di Milano erano ormai in condizioni precarie a causa dell’inettitudine della corona spagnola, delle pestilenze, del ristagno delle manifatture lombarde e delle grandi distruzioni provocate dalle guerre di successione. Il governo teresiano sarà quindi fondamentale per risollevare una Lombardia ormai in sfacelo. La sovrana si occupò immediatamente dei suoi territori italiani riordinando l’amministrazione delle finanze abolendo la smodata vendita delle cariche. Successivamente passò al risanamento finanziario che comportò la creazione di un’unica ferma generale e l’istituzione del Banco “Monte di S.Teresa” per la gestione del debito pubblico. Abolì gradualmente le tasse sui trasporti, gli appalti doganali, i dazi interni e le corporazioni di arti e mestieri. Ma la mossa più importante fu il componimento del nuovo catasto ad opera di Pompeo Neri che, nonostante gli attriti con il patriziato, poté entrare in vigore nel 1760. Grazie ad esso l’imposta fondiaria fu ridistribuita ed equilibrata in base al valore d’estimo tra le terre e i fabbricati, l’imposta dei contadini fu invece ridotta ad una somma annua fissa. Al governo delle comunità furono posti i rappresentati dei possessori dei fondi, controllati da funzionari regi (i cancellieri del censo).
Durante il periodo di reggenza di Giuseppe II ulteriori modifiche furono approntate alla Lombardia austriaca nel campo penale, giudiziario e soprattutto religioso. Le riforme del “Giuseppinismo” prevedevano la soppressione di un terzo dei conventi, la riduzione dei vari ordini religiosi, la riforma degli studi ecclesiastici, dell’economia del clero, dei beni da esso posseduti e porre un limite alla chiesa di Roma. Di tutto questo Graffignana non ne era esule, il 21 ottobre 1782 l’ordine dei Certosini fu soppresso, assieme a quello delle Orsoline, e i beni furono incamerati dal governo austriaco. Pochi anni dopo, i feudi di San Colombano, Graffignana e altri saranno concessi dallo stesso sovrano al generale principe Lodovico di Belgioioso che ne manterrà potere solo fino al 10 febbraio 1792, anno  delle soppressioni feudali, che comporteranno la perdita dei diritti sui territori. I Belgioioso si mostreranno ben presto dei proprietari distaccati evitando anche di presentarsi dentro i loro stessi possedimenti.
Ulteriori riforme investirono il territorio con una nuova organizzazione della Lombardia austriaca, divisa in:

  • Stato di Milano;
  • Stato di Mantova;
  • Territori imperiali.

Lo stato di Milano era a sua volta composto da province, tra cui quella di Lodi, suddivisa in 24 delegazioni corrispondenti ai 4 vescovati. Nel Vescovato di mezzo, la delegazione XII comprendeva Graffignana e San Colombano.
Tutti questi provvedimenti saranno fondamentali per un maggior equilibrio economico, politico, religioso e sociale.
Prima della soppressione degli ordini ecclesiastici, la comunità certosina insediatasi nei territori aveva raggiunto lo statuto di comune esente dalle tasse e indipendente rispetto a San Colombano e Graffignana, dei quali amministrava anche i beni. Inoltre la Certosa si era premunita di costruire nel 1748 tre ponti presso queste località (sorti sopra gli antichi porti) affittandoli ai signori del posto e imponendo il diritto di esigere il pedaggio a coloro che vi transitavano così che una quota andasse direttamente nelle casse della Certosa stessa.
Furono anni a stretto contatto con i tribunali, sia i rappresentanti dei comuni che i parroci intrapresero cause contro i monaci certosini e le famiglie patrizie per lo strapotere accumulato. A titolo di esempio, gran parte delle tasse annue, per ordinamento legislativo, dovevano essere destinate agli ospizi che si occupavano dei poveri del posto, ma vengono “sequestrate” dai monaci per la riparazione della certosa. I parroci, inoltre, devono anche prendere misure straordinarie contro una confraternita appena insediatasi tra San Colombano e Graffignana, la Confraternita della Morte. È nel 1739 che risale un documento di causa da parte del parroco del posto per rivendicare la celebrazione delle funzioni religiose all’interno dell’oratorio di San Fermo (presso il Lambro), luogo di culto della Confraternita. I rituali svolti dalla nuova realtà religiosa si opponevano a quelli ecclesiastici del tempo, la figura principalmente venerata era Maria Maddalena e il culto della dignità della morte ne era il cardine. La causa, lunga e costosa, sarà destinata a protrarsi per trent’anni, fino al 1767, data dell’ultima causa da parte del parroco. Tale confraternita sarà poi destinata alla soppressione nell’ondata di riforme del governo austriaco. 

Le riforme asburgiche, alla fine, dotarono nuovamente di potere i comuni e gli enti ecclesiastici, donando nuova immagine alle chiese e ai parroci, ai quali si richiedeva una maggiore istruzione, permettendo così di essere una guida fondamentale per il popolo. Una forza che rivestì anche la chiesa dei SS. Pietro e Paolo apostoli di Graffignana alla fine del 1700, luogo di culto principale per la conduzione sociale e culturale del paese. L’edificio risultava già piccolo rispetto agli abitanti ma, per quanto modesto, era l’unico in grado di ribellarsi allo strapotere delle famiglie fondiarie (in particolare dei Belgioiso), delle confraternite e dell’ordine dei certosini, arrivando anche ad organizzare un forte movimento di opposizione. Unica forza di un comune indebolito, troppo impegnato ad ottimizzare l’aspetto commerciale e produttivo del paese anche se soggiogato da forze esterne, ed infatti infruttuoso.
Nel XVIII secolo Graffignana si presentava come un normale paese del tempo, il suo cuore era infatti occupato dagli edifici delle principali attività sociali e religiose della comunità. Il castello non si prestava solo a centro produttivo alimentare, come lo era in passato, ma anche comunale. A livello amministrativo il paese era rappresentato da un console, ma in mancanza di un consiglio comunale, i problemi vennero discussi nel Convocato generale che si teneva nel castello, di proprietà della Certosa. Questo fino alle riforme teresiane e giuseppine, quando Graffignana si unì a San Colombano nella XII delegazione, facendo del secondo il punto di riferimento comunale per il nostro paese.
L’aspetto religioso era invece rappresentato dalla chiesa con annesso cimitero (dove le sepolture cesseranno nel 1783), concretizzazione del cammino spirituale dell’uomo, dalla nascita alla morte. Di grande potenza simbolica per gli abitanti, i due edifici erano studiati in modo tale che potessero sopperire alle esigenze di soggezione popolare acuendo quel timor di Dio fondamentale per il mantenimento dei fedeli. Una massa popolare, che come molte altre in Italia, era esente dal rinnovamento culturale dei déspoti illuminati, un paese costituito da contadini analfabeti, soggetto ad un universo magico-religioso, fedele ai suoi riti propiziatori talvolta fusi con quelli cattolici. Ma la vicinanza del cimitero al paese era anche fonte di gravi conseguenze sul piano della salute pubblica (il cimitero odierno sarà di tarda costruzione). La semplice e poco curata inumazione dei cadaveri rischiava infatti la trasmissione di malattie, talvolta anche gravi, che minacciavano la vita degli abitanti. Non tarderà infatti la realizzazione dell’oratorio di San Rocco e San Carlo Borromeo al Lazzaretto, del quale abbiamo testimonianza già nel 1723. Era il luogo del confinamento della malattia, dell’ipotetico degrado corporale e spirituale dell’uomo che si rimetteva totalmente alla misericordia divina.

Il lazzaretto di Graffignana fungeva principalmente da oratorio, di conseguenza risulta più che altro essere un luogo di culto del santo protettore dalle malattie, per ingraziarsi la buona salute. Interessante notare che la sua posizione era anche più esterna rispetto al centro del paese, richiamando i tipici luoghi di internamento per gli appestati allontanati dalla società (per motivi di salute ma anche simbolici), simulacro dell’essenzialità dello straniamento che socialmente tale luogo comportava.
Si trattava di un edificio icona legato a San Rocco, il santo più invocato contro il flagello della peste, e San Carlo Borromeo, un arcivescovo riformatore canonizzato nel 1610, figura di riferimento per il popolo seguace del suo motto “Humilitas“.

Breve digressione sull’oratorio di San Rocco e San Carlo Borromeo tra arte e simboli

Familiare luogo di devozione popolare e personale, l’intimità è l’aspetto fondamentale che lo dissocia dalla chiesa vera e propria. Un edificio che continua a vivere ed esistere grazie alle persone, come ricorda anche una targa celebrativa dei benefattori dipinta su una parete.

La partecipazione individuale la si riscontra anche nella statua della Madonna Addolorata posta al di sopra dell’ingresso, per la quale le nere vesti furono realizzate a mano donandole nuova vita. L’affezione spirituale a un dolore catartico e l’umiltà intrinsecamente popolare sono sublimate nell’edificio del silenzio devoto alla pura preghiera. Tematiche riprese anche per gli affreschi, realizzati su incisione, che arricchiscono il piccolo presbiterio.

La parete centrale presenta un trittico affrescato:

  • Nell’affresco di destra San Sebastiano nel momento del martirio che, come da copione iconografico, incurante della pena subita è con lo sguardo rivolto verso il Cristo Redentore del riquadro di mezzo;
  • Nell’affresco centrale la parte inferiore è occupata da due figure santificate, Sant’Antonio da Padova (a destra) reggente il giglio bianco, simbolo della sua purezza e lotta contro il male. Alla sinistra San Rocco, iconograficamente rappresentato con la conchiglia sulla veste, richiamo del suo pellegrinaggio a Santiago (assieme al bastone), posta come simbolo di perseveranza e dalla piaga sulla gamba causata dalla peste contratta a Piacenza, simbolo di carità cristiana. Tra loro un rogo di uomini in preghiera, il fuoco della redenzione e rinnovamento umano, mentre i volti beati sono rivolti alla parte alta dell’affresco, occupata dall’apparizione di Gesù Redentore invaso dalla divina luce dorata;
  • Nell’affresco di sinistra vi è San Gregorio Magno in abiti papali con la colomba dello Spirito Santo che sussurra nell’orecchio.

Le due pareti laterali rappresentano, invece, due episodi (uno per parete) di carità cristiana verso i poveri e i malati.

Parete destra
Parete sinistra
Madonna addolorata

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